La
guerra globale è cominciata
di MICHEL COLLON
Traduzione
di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova
Giovedì 18 luglio 2002
A seguito di numerose richieste e per allacciare
nuovi contatti, vi invio "La guerra globale è cominciata", documento
che ho scritto subito dopo l'11 settembre 2001.Le vostre osservazioni saranno
ben gradite.
Michel
Collon - Belgium
michel.collon@skynet.be
La
guerra globale è cominciata
MICHEL COLLON
«Guerra contro il terrorismo» ? Se si trattava
di un film, questa sceneggiatura ufficiale sarebbe stata rifiutata in quanto
non stava in piedi e nascondeva altre motivazioni.
Prima situazione inverosimile: nel 1999, poi nel
2001, i Talebani avevano stimato che la presenza di Bin Laden sul loro
territorio impediva il loro riconoscimento internazionale e quindi avevano
proposto agli Stati Uniti di eliminarlo o di neutralizzarlo. A loro volta, gli
Stati Uniti avevano rifiutato.
Questo è stato rivelato da Laili Helms,
rappresentante ufficiale dei Talebani a Washington[1].
Che non è stato smentito.Perché?
Seconda situazione inverosimile: poco prima
degli attentati, Bin Laden, il nemico pubblico attivamente ricercato, a quanto
si dice, da tre anni, era andato tranquillamente a curarsi a Dubai e vi aveva
incontrato il responsabile locale della CIA[2].
Terza situazione inverosimile: dopo gli
attentati, i Talebani di nuovo avevano proposto di consegnare Bin Laden, purchè
fosse giudicato in un paese neutrale. Una simile soluzione era stata applicata
per l'attentato aereo di Lockerbie, che aveva dato luogo alla condanna di un
cittadino libico.
Ma Bush aveva immediatamente rifiutato. Perché?
Quarta situazione inverosimile: attualmente
tutti sanno che gli Stati Uniti hanno messo in campo, finanziato ed armato Bin
Laden per controllare l'Afghanistan. Si parla meno del fatto che hanno anche
utilizzato queste milizie fanatiche per i medesimi obiettivi in Bosnia, in
Kosovo, in Macedonia, in Cecenia. Perché si rifiutano di rendere palese il
dossier sul loro ruolo in queste guerre, dalle conseguenze tanto tragiche?
Quinta situazione inverosimile: ci hanno
raccontato che bisognava eliminare i Talebani, per garantire la democrazia e
far rispettare i diritti delle donne.
E chi mettono al loro posto? L'Alleanza del Nord
di quella buon'anima del Comandante Massoud, con un curriculum sanguinario di
terrore e di traffici criminali. Infatti, chi aveva imposto a Kaboul la Sharia
islamica, nel 1994? Massoud, proprio lui!
Flagrante contraddizione, anche sullo sfondo del
problema: tutti sanno che il terrorismo non sarà eliminato con le bombe, ma
aggredendo le ingiustizie e le oppressioni che gli forniscono il terreno di
cultura.
Di conseguenza, viene portato l'attacco alla
fame nel mondo, che 15 miliardi di dollari sarebbero sufficienti ad eliminare? No!
Viene aumentato di 40 miliardi di dollari il
budget militare USA. E i bilanci Europei vanno a seguire.
Invece di risolvere la questione Palestinese,
Bush stipula nel novembre 2001 un contratto, per una cifra enorme (200 miliardi
di dollari), per costruire un aereo da caccia ancora più terribile, il Joint
Strike Fighter; ciascuna vittima di questo riempirà le tasche già ben
ingrassate dei costruttori, la Lockheed Martin e la Boeing.
Tutto questo ci porta a domandarci se la guerra
non fosse stata decisa ben prima degli attentati.
Sì!, ha affermato l'ex ministro Pakistano degli
Affari Esteri, Niaz Naïk.
Già dalla fine di luglio, «alcuni funzionari americani gli avevano parlato di un piano americano
inteso a scatenare un'azione militare per rovesciare il regime dei Talebani e
insediare al loro posto un governo di Afghani "moderati". Il piano
dovrebbe avere inizio a partire dalle basi situate nel Tadjikistan, dove sono
già all'opera i consiglieri USA. A lui veniva dichiarato che, se l'azione
veniva confermata, avrebbe avuto luogo prima delle nevi, al più tardi verso la
metà di ottobre.»[3]
Come dare una spiegazione a tutte queste
situazioni inverosimili?
In realtà, ciò che gli Stati Uniti perseguono,
tramite questa guerra, è costituito da cinque obiettivi ben più ampi:
·
Controllare il petrolio e il gas dell'Asia
Centrale.
·
Imporre le loro basi militari nel cuore
dell'Asia, fra la Cina e la Russia.
·
Preservare il dominio USA sull'Arabia Saudita.
·
Militarizzare l'economia, come
"soluzione" alla crisi che sta maturando.
·
Spezzare la resistenza del terzo mondo e la
lotta antimondializzazione.
A perseguire tanti obiettivi contemporaneamente,
una superpotenza può apparire forte. In realtà, mostra anche tutta la sua
debolezza.
Sempre più contestati, dal terzo mondo
all'Organizzazione Mondiale del Commercio(OMC-WTO), dai giovani
antimondializzazione su Internet e nella strada, gli Stati Uniti e i loro
alleati reagiscono con la guerra.
Ma tosto o tardi, i diversi obiettivi entreranno
fra di loro in contraddizione.
Mentre la loro arroganza, la loro mala fede, la
loro aggressività non fanno che aumentare la rivolta dappertutto. L'Impero è in
crisi!
Chiunque lotta per il progresso, la giustizia e
la pace, è dunque spinto a porsi la domanda sugli obiettivi reali, se si vuole
dare una spiegazione a ciò che sta accadendo attorno a noi.
Prima di tutto risulta necessario domandarsi
perché gli stessi dirigenti USA - che per abitudine minimizzano l'ampiezza di
quello che fanno - dichiarano questa volta che la guerra durerà lunghi anni e
che altri Stati dovranno diventarne gli obiettivi.
Inoltre, questi stessi dirigenti prendono -
all'estero, ma anche sul loro stesso territorio - delle misure di repressione
estremamente gravi.
Che loro potranno utilizzare contro qualsiasi
opposizione politica, e in particolare contro il movimento antiglobalizzazione.
Sì!, noi siamo entrati in una nuova forma di
guerra, più grave ancora delle precedenti. Noi siamo entrati nella guerra
globale!
Obiettivo n° 1 : Controllare le vie del
petrolio.
Molte delle guerre cosiddette
"incomprensibili" in realtà sono conflitti per l'oro nero; questo
l'ho già scritto nel mio libro Monopoly[4]
.
Le multinazionali del petrolio USA e il loro
governo intendono controllare tutte le vie che permettono di esportare le
enormi riserve di petrolio e di gas dell'Asia Centrale. Le nostre carte
geografiche indicano i Paesi che hanno la disgrazia di trovarsi sulla strada
verso Occidente: Cecenia, Georgia, Kurdistan, ma anche la Yugoslavia e la
Macedonia. Quindi devono subire ingerenze e altrettante guerre.
Ma queste carte mostrano che le minacce si
stanno rivolgendo anche sulla via Orientale, verso la Cina e il Giappone.
Ecco perché la CIA sostiene attivamente le
milizie islamiche Uïguresi anticinesi dello XingJiang.
Sulla strada verso Sud ci pensa la
multinazionale USA Unocal, che intriga da molto tempo per il controllo di un
oleodotto da costruire attraverso l¹Afghanistan e il Pakistan.
Alla fine fruttuosi benefici!
L'industria petrolifera è onnipresente nel cuore
stesso dell'Amministrazione USA.
Ha fornito tutti i ministri degli Affari Esteri
dopo la Seconda Guerra Mondiale, ad eccezione di due. Uno dei quali certamente
l'attuale: Colin Powell.
Ma non ha perso al cambio, visto che la famiglia
Bush è una delle più importanti famiglie petroliere del Texas.
E soprattutto perché l'effettivo capo
dell'Amministrazione Bush, vale a dire Dick Cheney, è lui stesso un "pezzo
da novanta" di questa industria.
Proprio prima di diventare vice-Presidente,
Cheney era stato per cinque anni alla testa di Halliburton, una delle
principali società di servizi per l'industria petrolifera, presente in più di
130 paesi e che impiega circa centomila persone. Volume di affari nel 1999: 15
miliardi di dollari. Una delle 400 più importanti multinazionali del mondo.
Per arrivare a così splendidi risultati, Cheney
non ha esitato ad ordire manovre con il governo dittatoriale in Birmania. E in
Nigeria, i suoi investimenti sono fortemente aumentati dopo l'assassinio di
numerosi militanti ecologisti e la repressione delle proteste popolari nel
delta del Niger.
Inoltre alcuni responsabili dell'Amministrazione
avrebbero appoggiato Halliburton nel conseguire lucrosi contratti in Asia e in
Africa, secondo documenti del Dipartimento di Stato arrivati nelle mani del Los Angeles Times[5]
.
Dunque, la guerra annunciata è arrivata!
In effetti, sono più di vent'anni che Washington
manovra e complotta per impadronirsi dell'Afghanistan, crocevia strategico
dell'Asia.
Lo scopo non è variato, ma i metodi sì.
All'inizio si trattò di armare le milizie
Islamiche contro l'Unione Sovietica: la più grossa operazione CIA di tutti i
tempi.
Nel 1966 un diplomatico USA in Pakistan
confidava: «Voi non potete gettare
miliardi di dollari in una Jihad anticomunista, accettare partecipanti a questa
lotta santa da tutto il mondo ed ignorarne le conseguenze. Ma noi l'abbiamo
fatto. I nostri obiettivi non erano proprio la pace e il benessere in
Afghanistan. Il nostro obiettivo era solo quello di ammazzare dei comunisti, e
cacciare i Russi.»[6]
Quindi i moudjahiddins della CIA hanno
rovesciato il solo regime che aveva emancipato le donne Afghane e tentato,
malgrado i gravi errori, di apportare un po’ di progresso sociale.
E come questi moudjahiddins, ultra-poveri, come
avrebbero pagato le armi americane?
Trasformando il loro paese - con la benedizione
della CIA - nel primo produttore mondiale di eroina!
E questo ha comportato la creazione
dell'importantissima filiera della droga
Afghanistan Turchia Balcani - Europa. Con
tutte le sue conseguenze.
Del resto il cocktail "petrolio armi
droga" è un classico della CIA.
Dopo questa grande vittoria del "loro"
terrorismo, gli Stati Uniti avrebbero favorito i Talebani, a dispetto delle
vive critiche delle organizzazioni di difesa dei diritti dell'uomo. Interrogata
allora sulle sorti delle donne Afghane, Madeleine Albright rispondeva: «Affari loro, affari interni!».
La ministra USA degli Affari esteri aveva
recitato bene la sua parte di rappresentante di commercio, quando Unocal aveva
invitato sontuosamente questi Talebani inTexas.
Segnaliamo anche che Henry Kissinger in persona
aveva assistito nel 1995 alla firma sull'accordo per un oleodotto, fra Unocal,
il suo socio Saudita Delta, e il presidente del Turkmenistan.
In seguito, Unocal, e quindi Washington,
avrebbero deciso di cambiare cavallo.
Non essendo riusciti i Talebani a rendere
stabile il paese diviso, bisognava puntare su altre forze per rimpiazzare gli
alleati di ieri, divenuti scomodi ed imbarazzanti.
Dunque, questa guerra, decisa ben prima degli
attentati, non è più "umanitaria" delle precedenti!
Ma l'Afghanistan non è sicuramente il solo paese
vittima della guerra per il petrolio e per il gas. Oltre all' Iraq, citiamo fra
gli altri il Caucaso, la Colombia, l'Algeria, la Nigeria, l'Angola... In breve,
dappertutto nel mondo, dove si trova petrolio e gas, gli Stati Uniti decidono
che quello appartiene a loro, e cercano di installarvi le loro basi militari, e
provocano, e suscitano i conflitti che loro giudicano utili ai loro interessi.
Qualsiasi persona di buon senso si domanderà
allora: gli Stati Uniti hanno veramente bisogno di tutto questo petrolio per i
loro stabilimenti e le loro automobili, supponendo ugualmente che debbano
conservare l'attuale assurdo modello economico, sprecone ed inquinante, dove un
litro di petrolio, sottopagato ai produttori, è nei fatti, al netto delle
tasse, meno caro di un litro di acqua?
No!, gli Stati Uniti non hanno proprio bisogno
di tutto questo petrolio. Le riserve dei giacimenti situati negli USA sono fra
le tre e le cinque volte superiori a quelle dell'Asia Centrale. E quelle di gas
naturale dieci volte[7].
Dunque non si tratta di assicurare, come va
dicendo il governo degli USA ad ogni guerra, «la certezza degli approvvigionamenti energetici».
E allora, una nuova domanda, altrettanto logica:
il petrolio è veramente lo scopo ultimo degli Stati Uniti? No, in sé non è uno
scopo. È un'arma, una possibilità di ricatto. Come ugualmente ho scritto in Monopoly (p.112) : «Chi vuole governare il mondo deve controllare il petrolio. In qualsiasi
posto questo si trovi.»
Nella guerra economica che caratterizza il
capitalismo, gli Stati Uniti intendono detenere un mezzo di pressione
strategico per il controllo degli approvvigionamenti energetici dei loro grandi
rivali (Europa e il Giappone) e di tutti gli altri paesi che rischiano di
mostrarsi troppo indipendenti.
Ad esempio, se l'oleodotto, che dal Caucaso va
verso Occidente, è russo, e non turco o macedone, l'Europa avrebbe accesso ad
un petrolio che Washington non controllerebbe più.
Inoltre, nel momento di decidere di installare
basi militari in certe regioni petrolifere, Washington non sarebbe costretta ad
invitare per questo i suoi "cari alleati".
Detto ciò, il petrolio è sufficiente a spiegare
la guerra contro l'Afghanistan ? No, c'è molto di più, dato che gli Stati Uniti
conoscevano bene le difficoltà per conquistare questo paese. Gli Inglesi e i
Sovietici vi si erano già fracassati i denti!
Obiettivo n° 2 : Imporre le basi militari
USA nel cuore dell'Asia.
Nel 1997, Zbigniew Brzezinski, già citato,
definiva l'" asse - chiave
" della politica estera americana: controllare l'Eurasia (Europa + Asia),
cioè il 75% della popolazione mondiale e il 60% delle ricchezze economiche e
naturali del mondo.
Per questo bisognava indebolire i rivali
potenziali: Europa, Russia, Cina. Ed impedire qualsiasi alleanza fra di loro.
È il continente Asiatico che conosce, e che
andrà a conoscere, la più forte espansione. E in Asia, è la Cina che eccita le
bramosie con il suo formidabile mercato potenziale e il suo eccezionale tasso
di crescita del 9,8%, in questi ultimi vent'anni. La sua produzione, tra il
1990 e il 1999, è pressoché triplicata.
Secondo certe stime, la percentuale degli USA nel
PIB mondiale continuerà a calare - era del 50% nel 1945, poi del 35% negli anni
60, attualmente è del 28%, ed è destinata a calare al 15 o al 10% verso il 2020
e sarà raggiunta da quella della Cina.
L'influenza asiatica ed internazionale della
Cina non cessa di aumentare.
Il sogno di Washington è quello di riportare la
Cina allo stato di neo-colonia e di sicuro liquidare il socialismo. Sogno non
facile da realizzare, sia con i dollari, sia con le minacce. In quanto a
Pechino, i Cinesi perseguono in modo imperturbabile la propria strategia:
sviluppo accelerato, mantenendo nel contempo la coesistenza pacifica con gli
Stati Uniti. Comunque i dirigenti Cinesi hanno compreso molto bene
l'avvertimento lanciato loro nel 1999, quando gli Stati Uniti hanno
deliberatamente bombardato la loro ambasciata a Belgrado.
In realtà quello che è cominciato con
l'Afghanistan, non è altro che l'accerchiamento strategico di questa Cina
troppo ribelle e potente. Nel retroscena di questa guerra, è la Cina che
costituisce sicuramente l'obiettivo più importante per Washington.
Ma due altre potenze Asiatiche sono allo stesso
modo prese di mira: la Russia e l'Iran. Certamente, la nuova borghesia Russa è
attualmente ridotta a ruoli secondari, i suoi strumenti di azione sono
fortemente limitati dalla catastrofe sociale ed economica provocata dalla
restaurazione capitalistica.
Proprio per questo, essa cerca di conseguire al
più presto un ruolo internazionale di peso. Cercando di combinare due metodi…a
volte alleandosi servilmente con l'Occidente, e a volte giocando le proprie
carte, per rendersi maggiormente "indispensabile" e far salire le
proprie quotazioni all'incanto.
Quindi Mosca intrattiene rapporti commerciali e
annoda alleanze con quei paesi classificati da Washington come
"canaglia" : Corea del Nord, Iran, Iraq, Siria...
E Poutin si oppone allo scudo spaziale
antimissili, vale a dire al rilancio di una rovinosa corsa agli armamenti.
Cosa cerca, ad esempio, Washington, sostenendo
le milizie islamiche separatiste in Cecenia? Approfittare del breve periodo, in
cui la Russia si trova in un momento di crisi, per indebolirla stabilmente e
impedirle di ridiventare una seria rivale.
La terza potenza di questa regione, che
Washington cerca di destabilizzare, è l'Iran. Dopo aver organizzato nel 1952 il
rovesciamento del troppo indipendente Primo Ministro Iraniano Mossadegh, dopo
aver sostenuto la sanguinosa dittatura dello Scià
Pahlevi, Washington ha incassato in questo paese
una cocente disfatta con la rivoluzione islamica ed anti-imperialista del 1979.
Per indebolire l'Iran, allora Washington ha
deliberatamente provocato la guerra Iran
Iraq (1980-1988).
Ugualmente ha giocato la carta dell'Afghanistan
per esacerbare le contraddizioni tra mussulmani sciiti (Iran) e sunniti (Arabia
Saudita, Emirati del Golfo, Afghanistan, Pakistan). In questi paesi, Washington
ha puntato sulla strategia islamista sunnita del generale Zia , che aveva
eliminato tempo prima fisicamente il Primo Ministro Bhutto. In particolare è
con l'intermediazione dei servizi segreti Pachistani che la CIA ha utilizzato i
moudjahiddins afghani.
Obiettivo: fiaccare l'URSS, ma anche l'Iran.
Impedire un'alleanza anti-egemonica Cina
- Russia - Iran
Sicuramente, il principio fondamentale di tutta
la politica imperialista resta "Dividere per regnare".
Su questo continente Asiatico, ecco gli Stati
Uniti temere sopra ogni cosa, spiega ancora Brzezinski, che : «La Cina potrebbe diventare il fulcro di una
alleanza anti-egemonica Cina - Russia - Iran.»[8]
Si è delineata una tale alleanza con il
"Gruppo di Shanghaï", che riunisce la Cina, la Russia, e quattro
Repubbliche dell'Asia Centrale: Kazakhstan, Tadjikistan, Kirghizstan e
Ouzbekistan. Obiettivo: la cooperazione contro le incursioni del terrorismo
islamico e la collaborazione economica. Una tale cooperazione sarebbe la ben
accetta da queste Repubbliche, anch'esse danneggiate in modo disastroso dalla
restaurazione del capitalismo e dalla distruzione dell'URSS.
La produzione industriale del Kazakhstan e del Tadjikistan
si è abbassata del 60%.
Secondo gli accurati esperti dell'Esercito USA,
«un tale fallimento economico è
paragonabile all'entrata in guerra del paese.»[9]
Commento di un analista Australiano: «Il nuovo Gruppo di Schanghaï potrebbe
sicuramente emergere come una forza potente contro l'influenza degli Stati
Uniti nelle regione.Secondo l'agenzia Russa Interfax, l'India e il Pakistan
potrebbero essere interessati a collegarsi con questa organizzazione.»[10]
Tutto ciò risulta insopportabile per gli Stati
Uniti, che non hanno mai concesso, in nessuna parte del mondo, l'instaurarsi di
un "mercato comune" che non sia sotto il loro controllo.
Un altro analista ben più importante, Henry
Kissinger, ha così esposto la strategia USA: «Esistono tendenze, sostenute dalla Cina e dal Giappone, a creare una
zona di libero scambio in Asia.Una nuova crisi finanziaria di una certa
importanza, in Asia o nelle democrazie industriali, renderebbe certamente più
celeri gli sforzi dei paesi Asiatici per meglio controllare i loro destini
economici e politici. Un blocco Asiatico ostile, combinando le nazioni le più
popolose del mondo con grandi risorse e alcuni dei paesi industrializzati più
importanti, sarebbe incompatibile con gli interessi nazionali Americani.Per
queste ragioni, l'America deve mantenere una sua presenza in Asia, e il suo
obiettivo geopolitico deve essere quello di impedire la trasformazione
dell'Asia in un blocco ostile, cosa che avverrebbe molto probabilmente sotto la
tutela di una delle sue grandi potenze.»[11]
In breve, dividere per regnare! Visto che nella
bocca di Kissinger la parola "ostile" significa: "non sottomesso
agli interessi delle multinazionali degli Stati Uniti".
Perciò, non è assolutamente una scommessa
rischiosa se gli Stati Uniti intervengono in Afghanistan. Essi hanno deciso di
utilizzare questo Paese, situato nel centro del cuore dell'Asia, come base per
le future azioni contro le vicine Russia, Iran o Cina. Washington è interessata
all'ex base Sovietica di Bagram in Afghanistan, ma - cosa più facile - ha già
convertito l'Ouzbekistan in base militare e vuole prendere il controllo degli
aeroporti del Turkmenistan.
Obiettivo: cacciare le truppe Russe dalla
regione. Veramente molto utile questa guerra! Tanto più che gli Stati Uniti si
aspettano delle difficoltà circa le loro attuali basi Asiatiche: Corea, Taïwan,
Giappone…
L'insediamento di truppe USA in Ouzbekistan è
stato presentato come una misura di urgenza, decisa dopo gli attentati. In
realtà, è già dal 1999 che Washington vi aveva inviato i suoi "berretti
verdi", accogliendo anche numerosi ufficiali nelle scuole militari USA.
Inoltre, nel 1999 questo Paese era stato incorporato in una alleanza militare
antirussa, il GUAM : Géorgia, Ucraina, Azerbaïdjan, Ouzbekistan e la Moldavia.
In effetti, gli Stati Uniti cercano, in ciascuna
regione strategica, di instaurare uno Stato che possa diventare in qualche
maniera la loro Israele, la loro portaerei.
Dopo il Kosovo e la Grande Albania,
l'Azerbaïdjan e l'Ouzbekistan sono gli eletti. Nel Caucaso, l'Azerbaïdjan e la
Georgia si sono totalmente integrate nella strategia USA. Per contro, le
Repubbliche petrolifere dell'Asia Centrale sono più recalcitranti, valutano i
pro e i contro di un avvicinamento economico e politico con la Cina e la Russia.
Come farle oscillare a favore degli Stati Uniti?
Ricordiamo questa massima dell'ex ministro USA
James Baker : «Noi non dobbiamo opporci
all'integralismo, se non nella misura in cui contrasta i nostri interessi.»[12]
Presto, se queste Repubbliche petrolifere
rifiutassero di sottomettersi, gli Stati Uniti le destabilizzeranno totalmente,
utilizzando ancora più intensamente le milizie Islamiche di base in
Afghanistan.
Uno scenario già sperimentato in Kosovo : è
proprio a partire e con l'aiuto della base militare USA di Camp Bondsteel che i
terroristi dell'UCK hanno attaccato il sud della Serbia alla fine del 2000, e
la Macedonia nella primavera del 2001.
Oggi tutti i Paesi dell'Asia Centrale stanno più
o meno ingaggiando una guerra contro queste milizie pan-islamiste. Delle quali
la più importante è il "Movimento Islamico" dell'Ouzbekistan,
addestrato a Mazer-i-Sharif, che ospita anche le milizie attive in Cecenia e
nello Xing-Jiang cinese.
Grazie alla guerra contro l'Iraq, gli Stati
Uniti hanno potuto impiantare basi militari nel Golfo Persico.
Grazie alla guerra contro la Yugoslavia, si sono
installati in Bosnia, in Kosovo e in Macedonia.
Questa volta, sperano di installarsi in Georgia,
Azerbaïdjan, Turkménistan e Ouzbekistan, e stanno modernizzando la loro base
turca d'Incirlik e quella in Arabia Saudita.
Se perverranno a conquistare una posizione molto
vantaggiosa, gli USA si avvicineranno militarmente molto di più all'Iran, al
Pakistan e alla Cina, e accerchieranno ancora meglio la Russia.
Eccellente punto di partenza anche per nuove
avventure verso Sud: l'Oceano Indiano, l'Indocina…
Controllare il petrolio della Cina
Perché Unocal e le altre compagnie USA associate
nel consorzio Unocal sono così interessate a questa via Afghana del petrolio,
in definitiva assai rischiosa? Il petrolio e il gas dell'Asia Centrale sono già
adesso esportati verso l'Europa.E allora?
Secondo Bob Todor, vice-Presidente di Unocal : «L¹Europa occidentale è un mercato difficile,
caratterizzato da prezzi elevati per i prodotti del petrolio, per una
popolazione che sta invecchiando ed una concorrenza crescente da parte del gas
naturale. In più, la regione è sottoposta ad una competizione feroce.»[13]
Dunque, il mercato Asiatico risulta molto più
interessante per Unocal in quanto, spiega ancora Todor, questo oleodotto
arriverebbe all'Oceano Indiano e sarebbe ben più vicino ai mercati-chiave
dell'Asia: «Le compagnie del petrolio USA
potrebbero vendere in mercati a forte espansione. I profitti annunciati sono
largamente più elevati di quelli del mercato Europeo. Ma la costruzione non può
cominciare se non si insedia in Afghanistan un governo internazionalmente
riconosciuto.»
Unocal parla di profitti sui quali confida.
Ma l'Amministrazione USA pensa anche al ricatto
che potrebbe esercitare sull'economia Cinese.
Per cominciare ad applicare le strategia
definita da Brzezinski e Kissinger, il petrolio risulta l'arma sognata. Poiché
lo sviluppo continuo dell'industria Cinese fa aumentare in modo deciso il suo
fabbisogno in petrolio e in gas.
Una volta ancora, chi controlla la produzione e
il trasporto di queste materie prime controlla anche l'economia di tutti i
paesi che ne sono dipendenti.
Pechino ha intravisto il pericolo.
Alla fine dell'agosto 2000, Xia Yishan, ricercatore
all'Istituto di Ricerca per gli Affari Internazionali di Cina, scriveva: «In ragione di una crescita economica
sostenuta, il nostro Paese ha dovuto importare grandi quantità di petrolio in
questi ultimi anni... Nel momento in cui noi contiamo di investire all'estero
per il nostro petrolio(…), il capitale monopolistico internazionale, con
l'aiuto dei suoi governi, ha allungato la mano sui più grandi mercati di
petrolio e di gas nel mondo. Il capitale monopolistico occidentale lotta
aggressivamente per conquistare le risorse dei paesi dell'ex-URSS. Senza
dubbio, tutti tenteranno con accanimento di impedire alle compagnie Cinesi di
ottenere queste risorse energetiche. Noi dobbiamo formulare al più presto una
nostra strategia opportuna:la soluzione fondamentale risulta la produzione
interna.»[14]
E, dopo gli attentati dell'11 settembre, la
reazione di Pechino è stata immediata.
Fin dal 21 settembre, Zhu Xingshan,
vice-Direttore dell'Istituto di Ricerca del Centro Economico dell'Energia ne
trae le indicazioni: «Noi avevamo
progettato di installare degli oleodotti per aumentare i nostri
approvvigionamenti, a partire dall'Asia Centrale e dalla Russia, e avevamo già
accordi con la Russia. Ma , in seguito agli attacchi dell'11 settembre, noi
dobbiamo modificare questa strategia.
Obiettivamente
gli attacchi hanno fornito un pretesto agli Stati Uniti per penetrare nell'Asia
Centrale.»[15]
E parimenti sostiene, per una rapida creazione
di riserve strategiche, la necessità di ricerche più accelerate sulla liquefazione
del carbone «lavoro trascurato da lunghi
anni, visti i costi elevati e i danni all'ambiente. Ma, in seguito agli
attacchi dell'11 settembre, noi siamo costretti a cambiare il nostro
atteggiamento a considerare tali
questioni.».
Veramente sotto pressione per trovare Bin
Laden?
Perché il Capo di Stato Maggiore Britannico ha
dichiarato, dopo due settimane di bombardamenti, che questo conflitto «potrebbe durare 50 anni»?[16]
In definitiva, sapevano già dall'inizio che
questa guerra sarebbe stata lunga, ma hanno dovuto attendere un po’ di tempo
prima di affermarlo. L'importante era scatenare la guerra, manipolando
l'opinione pubblica e nel forzare la volontà dei loro "alleati".
Inoltre, decisamente in fretta, il ministro USA
Rumsfeld si è messo a dichiarare in giro che poteva accadere che Bin Laden non
si sarebbe più trovato. Perché?
Perché, se voi siete una superpotenza, e se
contate assolutamente di impiantare le vostre basi militari in un punto
strategico, dove queste non sono poi così tanto desiderate, allora voi siete
costretti a tenere nascosto il vostro vero piano.
Creare quindi un problema e poi versare benzina
sul fuoco! E vigilare a che questo problema non trovi risoluzione tanto presto.
Un precedente: gli Usa avevano promesso un
Kosovo multietnico e pacificato, ma in realtà hanno armato ed istigato l'UCK al
fine di destabilizzare la regione per molto tempo. Grazie a questo, hanno
potuto installarvi la più grande base militare creata all'estero dopo la guerra
in Vietnam. Washington non desidera una soluzione, vuole solamente un problema.
Di lunga durata!
Per una superpotenza che brama dominare e
sfruttare il mondo, far precipitare i popoli nelle sofferenze non è un problema
morale. Giusto una carta buona nel grande gioco strategico. Sta tutta qui la
definizione della barbarie moderna!
Obiettivo n° 3 : Preservare il domino USA
sull'Arabia Saudita
Se la guerra attuale di Bush è una guerra di
attacco per conquistare il dominio dell'oro nero in Asia Centrale, nel contempo
è una guerra di difesa per salvare il regime Saudita, alleato decisivo in
Medio-Oriente.
Infatti, Bin Laden è saudita come la maggioranza
dei presunti autori degli attentati, come pure dei sostenitori finanziari della
sua organizzazione, Al Qaeda.
E in testa alle grandi accuse di Bush a Bin
Laden, figura proprio questa: «Loro (Bin
Laden e soci) intendono rovesciare i governi esistenti in numerosi Paesi Arabi,
come l'Egitto, l'Arabia Saudita e la Giordania.»
Sarebbe forse una grande perdita per il popolo
dell'Arabia Saudita, se questo regime corrotto e tirannico, l'ultimo regime
feudale al mondo, scomparisse?
Non sembra proprio, persino agli occhi del New York Times : «Fino ad ora, il flusso di petrolio e di denaro Saudita ha messo a
tacere qualsiasi critica seria Americana rispetto alla totale corruzione della
famiglia reale, al suo disprezzo della democrazia e alle sue ripugnanti
violazioni dei diritti dell'uomo commessi in suo nome.»[17].
In effetti, sempre secondo lo stesso giornale,
potrebbe sembrare che solo gli Stati Uniti subirebbero una perdita: «Da decenni, gli Stati Uniti e l'Arabia
Saudita hanno tratto profitto da questo mercato, privo di emozioni sentimentali
nella loro relazione: l'America riceveva il petrolio per mantenere in movimento
la propria economia e l'Arabia Saudita la protezione della potenza militare
Americana.»
Esatto. Nel 2000, l'Arabia ha venduto più di
sessanta miliardi di dollari$ di petrolio sui mercati mondiali: la metà di
quello venduto da tutto il Medio Oriente.
E a tutto interesse di Washington, dato che,
invece di reinvestire questi petrodollari nella regione per creare un'industria
locale e uno sviluppo sociale, come aveva tentato di fare l'Iraq, la dinastia
Saudita li dissipa in un lusso insensato, soprattutto a Wall Street e nei buoni
del tesoro Americano. Quindi assorbendo una parte del considerevole déficit
USA.
Il Kuwait e gli Emirati Arabi fanno lo stesso.
Inoltre, controllare gli sceicchi e gli emiri
consente a Washington di mantenere il prezzo corrente del petrolio espresso in
dollari e non in euro.
Allora, va tutto bene?
Salvo che perfino una parte di questi ricchi
contestano, riconosce un altro grande editorialista USA, William Pfaff : «L'Arabia Saudita viene attaccata anche dai
figli dell'élite Saudita, come Mr.Bin Laden(…) nemici dichiarati sia
dell'America, sia dei loro dirigenti che loro definiscono corrotti.»[18]
Il denaro per i terroristi viene dalle loro
tasche, conferma il New York Times: «Questi costituiscono l'élite della società
Saudita; sono uomini prosperi e rispettati con investimenti che coprono il
mondo intero e una reputazione di generosità. Ma il governo USA afferma
attualmente che uno dei più importanti personaggi, Yasi al-Qadi, e molti altri influenti cittadini Sauditi, hanno
trasferito milioni di dollari in favore di Osama bin Laden.»[19]
Quali interessi economici possono spiegare
questo conflitto? Sicuramente Bin Laden appartiene ad una ricca famiglia di
affaristi. Si tratta di una borghesia nazionale, o solamente di un'altra
frazione dell'aristocrazia feudale? In ogni caso, sembra che al presente questa
famiglia sia entrata in collisione con la dinastia reale e con gli Stati Uniti.
E questo perché i 5.000 membri dell'élite dinastica non hanno creato un sistema
industriale e bloccano lo sviluppo economico del paese, essendo appagati di
piazzare mille miliardi di dollari nelle banche straniere.
D'altra parte non è il solo posto del terzo
mondo dove le classi dominanti, un tempo privilegiate dagli USA, finiscono per
contrastarsi rispetto alla spoliazione messa da loro in atto senza limiti.
Questo si è già visto con le "tigri"
del Sud-Est Asiatico, nella Corea del Sud, in Malesia…
Ma l'Arabia Saudita non è proprio un paese dove
tutti sono ricchi, e senza conflitti di classe?
In verità, il forte ribasso dei prezzi del
petrolio in questi ultimi anni ha trascinato al fondo quello delle rendite dei
normali cittadini. Dai 16.000$ all'inizio degli anni 80, la rendita annuale pro
capite è precipitata ai 7.000$ attuali, con una crescente polarizzazione fra
ricchi e poveri, messa in risalto anche dal Financial
Times : «I quartieri ricchi di Riyad,
con le loro lussuose boutiques in stile USA, contrastano fortemente con la
povertà del sud della città, o con un certo numero di donne che mendicano nelle
strade.».[20]
Il 35% degli uomini è disoccupato. E il 95%
delle donne.
Non ci sono industrie per assorbire questa
armata in espansione di disoccupati.
In questa lotta per il potere, i diversi clans
Sauditi utilizzano la religione come strumento. Ma anche il risentimento provocato nella gioventù
dall'oppressione della Palestina, e dalla presenza delle truppe USA,
considerate come occupanti, ufficialmente 5.000 unità, ma secondo altre fonti
cinque volte di più. Già obiettivi di numerosi attentati, fra i quali quello
del 1996 vicino a Dahran (19 soldati USA uccisi).
La maggioranza della popolazione Saudita si
augura vedere diminuita l'influenza USA sul paese.
Bin Laden fornisce un'espressione a questa
corrente di opinione, rinforzata maggiormente dopo l'11 settembre.
Ritorniamo alla questione chiave: dove bisogna
piazzare i petrodollari?
I paesi Arabi devono restare come semplici
appoggi degli USA, o ricercare il loro proprio sviluppo?
È esattamente la medesima contraddizione che
aveva sollevato Saddam Hussein nel febbraio 1990. Parlando davanti ai Capi di
Stato del Consiglio di Cooperazione Araba (Iraq, Arabia Saudita, Egitto e
Giordania), egli aveva chiesto il ritiro delle truppe USA dalla regione: «Se i popoli del Golfo, compresi tutti gli
Arabi,non staranno attenti, la regione del Golfo Arabo sarà sotto il governo
degli Stati Uniti.» E proponeva accordi commerciali di cooperazione
economica.[21]
Il crimine massimo! Proporre che i popoli di una
regione - e di quale regione! - si organizzino in funzione dei loro interessi
più opportuni e non di quelli delle multinazionali USA! Evidentemente è questo
che ha provocato la terribile punizione inflitta all'Iraq. Washington ha così
voluto presentare un esempio di distruzione totale per intimidire per sempre
qualsiasi borghesia Araba tentata di seguire una via indipendente.
Ma Washington corre veramente il rischio di
perdere la sua posizione dominante in Arabia Saudita? Sì, risponde un esperto
de l'"Advanced Strategic and
Political Studies" di Washington: «Nel
1995 l'Arabia Saudita ha rischiato di precipitare nella guerra civile, in
ragione di una lotta intestina per il potere, alla quale in Occidente non fu
assolutamente dato risalto (…), fra il principe di casa reale Abdullah e il suo
rivale e cognato, il principe Sultan.
Abdullah
aveva invitato la suprema autorità religiosa, l'Ulema, a sostenere le sue
aspirazioni al trono. Ma l'Ulema aveva rifiutato.
Abdullah
consolidava allora la sua posizione, comandando alla Guardia Nazionale Beduina
di effettuare delle manovre militari molto spettacolari.»
Il conflitto non è terminato: «Più tempo Bin Laden riuscirà a sfuggire alle
bombe Americane, più egli stimolerà lo spirito di resistenza nei suoi
partigiani Sauditi. In questa situazione, il principe ereditario Abdullah (…)
potrebbe sicuramente ricercare l'abdicazione del re Fahd.
Lui
e la famiglia reale allora dovranno affrontare una scelta difficile:o
affrontare Bin Laden, o concludere un grande patto di compromesso. Abdullah
potrebbe decidere di condurre le truppe beduine della Guarda Nazionale Saudita
in una grande battaglia contro i seguaci di Bin Laden. Una grande battaglia fra
Wahabiti, senza precedenti, in pratica una guerra civile. Oppure potrebbe
invitare l'America a ritirare le sue forze dal Paese.
Il
patto di compromesso ridurrebbe fortemente l'influenza dei membri della
famiglia reale, considerati come gli alleati fedelissimi dell'Occidente.»[22]
Il dilemma sussiste anche per Washington.
Certamente non è per un caso che Bush abbia
ordinato di bloccare alcune inchieste dell'FBI che conducevano verso certi
appoggi Sauditi per Bin Laden.
Infatti, è nel complesso del Medio-Oriente che
Washington si trova di fronte ad una potente contraddizione: non vuole e non
può rinunciare ne' a Israele ne' all'Arabia Saudita. Israele è la sua principale
pedina militare, in definitiva è semplicemente un'estensione dell'esercito USA.
Ma Israele non può sostenersi se non opprimendo i Palestinesi e minacciando i
suoi vicini. D'altra parte, l'Arabia Saudita è la sua più importante pedina
economica per conservare le entrate del petrolio nelle sue proprie casse.
Ora i governanti Sauditi, come gli altri
dirigenti Arabi, si devono confrontare con la pressione della lotta del popolo
Palestinese. La sola credibile lotta di massa, la sola che esclude qualsiasi compromesso
e pasticcio marcio di cui sono ghiotte le classi privilegiate, siano arabe o le
altre.
L'Intifada è l'incubo di Washington. E la
speranza per tutti i popoli!
Obiettivo n° 4 : Militarizzare l'economia
come "soluzione" alla crisi
A dispetto di certe circostanze favorevoli, le
crisi congiunturali del capitalismo occidentale si succedono a intervalli
sempre più ravvicinati. Inoltre, molte regioni cosiddette
"promettenti" sono crollate una dopo l'altra: le "tigri"
asiatiche, la Russia,
l'America
Latina… Ogni volta, gli analisti finanziari hanno avuto paura che Wall Street e
tutto il sistema mondiale fossero entrati in una recessione catastrofica.
Molti, non escludendo una riedizione del crach del 1929, e considerando con
timore il rallentamento dell'economia, iniziato alla fine del 2000…
Ad ogni modo, anche se per questa volta è
riuscito a sfuggire al crach, il capitalismo occidentale non fa che ritardare
il suo problema.
In quanto riesce sempre a travasare il peso
della sua crisi sul terzo mondo e sui poveri.
Ma questa "soluzione" ha creato un
problema ancora più grande: come potranno le multinazionali vendere a coloro
che hanno impoverito?
Questo si chiama "segare il ramo sul quale
si è seduti".
Il fossato ricchi-poveri non è solo un'immorale
ingiustizia; è anche per il capitalismo un problema economico insolubile.
Da un lato esistono delle capacità di produzione
senza precedenti e crescenti di continuo; d'altro lato, un divario sempre più
grande fra quelli che producono e quelli che dovrebbero consumare.
Nove persone su dieci, nel mondo, oggi si
trovano nel bisogno, e i programmi della Banca Mondiale o del FMI non cessano
di aggravare la loro situazione di miseria. Non è questa la maniera di
procurarsi dei clienti che faranno cambiare l'economia globale!
Anche prima degli attentati, l'economia USA (il
modello al quale si fa riferimento) arrivava a perdere un milione di posti di
lavoro in un anno. E le compagnie tecnologiche (l'avvenire della Borsa, ci
avevano detto!) erano in caduta libera.
Come rilanciarle? Per i governanti USA, non ci
sono …trentasei metodi: gonfiare il bilancio dei comandi militari, questo è il
metodo che è stato impiegato ogni volta che l'economia USA è stata minacciata
di recessione e che aveva necessità di "uscire dalla crisi"!
All'epoca della guerra del Vietnam, quindici
economisti USA qualificati scrivevano: «È
impossibile immaginare per l'economia un sostituto alla guerra. Non esistono
tecniche comparabili in termini di efficacia per mantenere un controllo
sull'occupazione, la produzione e i consumi. La guerra era, e resta, da sempre
un elemento essenziale per la stabilità delle società moderne. (Il settore
militare) costituisce il solo settore
d'importanza dell'economia globale assoggettato ad un controllo completo e ad
un potere discrezionale delle autorità di governo.La guerra, e solo la guerra,
è in grado di risolvere il problema delle giacenze nei magazzini.»[23]
Dunque è la pace il nemico!
Alla fine del suo mandato, Clinton aveva
raccomandato di aumentare del 70% in sei anni il budget militare USA, benchè
questo superasse già da solo quello di tutte le altre grandi potenze militari
riunite. Nella via già tracciata, Bush ha continuato con il progetto di Difesa
Nazionale Missilistica (NMD), con il super-bombardiere JSF, e con altri
programmi militari.
Questa militarizzazione dell'economia persegue
due obiettivi.
Primariamente, poiché vi è una caduta dei
consumi privati come motori dell'economia, supplire ai consumi con enormi
programmi di commesse pubbliche di armamenti. Bisogna sapere che il
"complesso militar-industriale", come si dice,
non si limita assolutamente ai soli mercati di
cannoni in senso tradizionale, ma congloba ugualmente le multinazionali
"classiche": Ford, General Motors, Motorola, le società tecnologiche…
Secondariamente, utilizzare ancora di più la
forza militare per accaparrarsi le ricchezze del pianeta.
A tutto svantaggio certamente dei popoli del
terzo mondo, ma anche a detrimento di quelli che Washington chiama suoi amici,
e che sono in realtà i suoi rivali nella spartizione del mondo.
Lo "scudo spaziale anti-missili" (NMD)
è di questo l'esempio perfetto.
Innanzitutto non si tratta di uno
"scudo", ma bensì un'arma offensiva. Questa permetterà agli Stati
Uniti, a loro piacere, di aggredire qualsiasi paese senza timori di risposta
agli attacchi.
Inoltre, garantisce una manna di opulenti
benefici per il complesso militar-industriale.
Infine, il NMD permette agli Stati Uniti,
rilanciando la corsa agli armamenti, di scavare un fossato ancora più grande e
di indebolire i loro potenziali rivali militari: Europa, Russia, Cina.
Infatti l'Unione Europea ha già deciso di
mettersi al passo con la creazione di un'industria militare unificata,
aumentando i budgets in funzione dell'Euro-Esercito, ma sottraendo così
preziose risorse alla risoluzione dei tanti problemi sociali ed economici, che
incidono tanto profondamente la realtà Europea.
Obiettivo n° 5 : Spezzare la resistenza
del terzo mondo e la lotta anti-mondializzazione
Ovunque cresce la resistenza alla
mondializzazione imperialista. Fra i popoli del terzo mondo, ma anche nei paesi
ricchi.
Anzitutto nel terzo mondo. In paesi molto
diversi, ma che hanno in comune il rifiuto a mettersi in ginocchio…
Cuba difende il suo socialismo. L'Iraq resiste
sempre, malgrado dieci anni di embargo e di bombardamenti. Il nuovo Congo tenta
di preservare la sua indipendenza. I Coreani, da entrambe le parti, aspirano
alla riunificazione e alla pace. E movimenti rivoluzionari avanzano nuovamente,
ispirati da un progetto di società alternativa: Colombia, Nepal, India,
Filippine, Messico…
Il Nord dell'America Latina inquieta
particolarmente Washington, che teme di vedere la formazione di un triangolo
progressista: Colombia, Venezuela, Equador. Questo triangolo porterebbe Cuba
fuori dal suo isolamento e sconvolgerebbe il rapporto di forze in tutto il
continente, offrendo un appoggio e nuove prospettive alle lotte popolari del
Brasile e dell'Argentina.
In questo mondo di guerre e di rivolte,
l'Intifada ha costituito un fattore molto importante. Se la Nato è riuscita ad
infliggere una disfatta ai Serbi, i Palestinesi hanno mostrato, loro!, che un
popolo finisce sempre per risollevarsi. Che le oppressioni, anche le più forti,
o i tradimenti, i più perniciosi, non possono venire a capo dello spirito di
resistenza.
La seconda Intifada ha decisamente rinforzato la
collera delle masse arabe e mussulmane.
Inoltre, nei paesi industrializzati, la
resistenza arriva a conoscere uno sviluppo molto importante. Con Seattle e Genova
una nuova generazione si è lanciata nella lotta. Giovane, combattiva, creativa.
Nel momento in cui la sinistra tradizionale e il movimento operaio si sono
lasciati addormentare dalle promesse di un mondo migliore, a condizione di non
combattere il sistema, ecco il risveglio!
Un movimento di massa: di giovani soprattutto,
radicati in numerosi paesi e che iniziano a coordinarsi, che non tollerano più
l'ingiustizia, il saccheggio del terzo mondo, la distruzione del pianeta, che
proclamano «un altro mondo è possibile»,
e si battono per prepararlo subito, inventando gli opportuni metodi di
lotta.
La generazione Internet! Un' arma nuova e
formidabile che permette a milioni di giovani di informarsi, e di informare, al
di fuori dei mezzi di informazione di massa dominanti. «Don't hate the media. Be the media.» (Non detestare i media.
Diventa i media), propone la nuova agenzia IndyMedia, che è stata alla testa di
questa informazione alternativa a Genova e, a causa del suo successo, il
bersaglio dei manganelli di Berlusconi. Dopo IndyMedia del Belgio, sono nate
altre sezioni, o si preparano a nascere, in altri paesi Europei.
Grazie a Internet, i cyber-attivisti sono
riusciti a creare spettacolari mobilitazioni internazionali, mettendo in
difficoltà la Banca Mondiale, l'Organizzazione Mondiale del Commercio(WTO) e il
FMI, abituati a regolare le sorti dei popoli, escludendo la partecipazione di
questi.
La porta sbarrata è stata abbattuta!
La discussione sulle sorti del pianeta è
divenuta …globale. E quando si leggono i documenti della Banca Mondiale o dei
servizi di polizia USA, si ha la misura di quanto sia temuto questo nuovo
movimento e la sua efficacia con Internet.
Per certo, questo movimento è molto variegato, e
questo d'altra parte ne costituisce la ricchezza e l'estensione.
Per certo, i governanti Occidentali tentano già
di recuperarlo, proponendogli, dopo i manganelli, il "dialogo".
Provando di persuadere i movimenti che non occorre denunciare il sistema
attuale, ma è sufficiente solamente aggiustarlo con qualche tocco di umanità e
di partecipazione.
E, per certo, questo movimento avrà da risolvere
molteplici questioni delicate…Come riuscire a collegarsi con il movimento
operaio, con le odierne lotte dei lavoratori, vittime un po' dappertutto in
Europa della medesima logica? Come riuscire a superare gli ostacoli ancora
frapposti dai dirigenti sindacali, che generalmente sono chiusi a riccio nei
confronti di questi giovani, e completamente votati seriamente alla causa
dell'Europa delle multinazionali?
Come allargarsi da movimento
anti-mondializzazione ad un movimento anti-guerra, come sono già riusciti i
giovani Greci e i giovani Italiani (150.000 manifestanti in Italia contro la
guerra nell'ottobre 2001), ma che in Francia e negli altri paesi Europei necessita
di tempi più lunghi?
Infine, come definire più chiaramente questo
"altro mondo" al quale essi aspirano, traendo insegnamenti dalle
società socialiste, ma in modo obiettivo, e senza lasciarsi impressionare dai
bilanci distorti che ne vengono tracciati, non senza secondi fini?
L'avvenire del movimento dipenderà dalle
risposte a questi interrogativi. E su tutti, immediatamente: partecipare al
sistema, o contestarlo radicalmente?
Il canto delle sirene non manca proprio! Di
fronte alla contestazione e alla sua popolarità, i dirigenti del capitalismo
Occidentale non cessano di ripetere che essi hanno capito il messaggio, e vanno
a tenerlo in conto.
Ma nella realtà, quello che si presenta è
l'inverso.
Quando le privatizzazioni, che hanno toccato gli
azimuts, e la conseguente distruzione delle protezioni statuali, sono risultate
catastrofiche per i paesi del terzo mondo, in ogni trattativa, i paesi ricchi
hanno provato ad imporre i medesimi "rimedi" del passato.
100 dei 142 paesi membri dell'Organizzazione
Mondiale del Commercio hanno affermato che gli accordi già realizzati (
commercio, proprietà intellettuale, servizi, ecc.) sono squilibrati e
favorevoli ai paesi ricchi. Malgrado questo, dirigenti e mezzi di informazione
Occidentali non cessano di ripetere che è necessario proseguire nella medesima
direzione, e generalizzare questa situazione anche ad altre materie.
Che la salvezza arriverà dall'apertura totale al
mercato.
In realtà questa medicina è un veleno, così
spiega Raoul Jennar, analista dell'ONG
Oxfam : «Permettere
agli investitori, e in particolare alle società transnazionali, di comportarsi
dappertutto a loro piacimento, mettere le imprese nazionali in concorrenza con
le compagnie transnazionali, imporre ai paesi del Sud del mondo delle limitazioni
in materia ambientale quando i grandi inquinatori sono al Nord, queste sono
alcune delle intenzioni dell'Unione Europea. Il colonialismo storico ha trovato
nuovi strumenti per perpetuarsi.»[24]
La necessità di costruire un fronte
internazionale
Già da questo momento la nascita di un tale
movimento antimondializzazione è un avvenimento di una importanza storica che
probabilmente supera quella del Maggio
68. Oggi diventa possibile creare un fronte internazionale contro
l'ingiustizia e contro la guerra. Collegando il Nord e il Sud, le lotte del
terzo mondo con quelle dei progressisti dei paesi ricchi.
Contro la guerra del Vietnam, un fronte simile
aveva permesso di fare arretrare il più potente esercito del mondo e di
arrestare i suoi crimini. Oggi questo diventa ancora più necessario. Poiché tre
compiti urgenti si impongono alla sinistra mondiale, e bisogna assolutamente
affrontarli unendo tutte le forze:
1. Arrestare
i numerosi conflitti che si stanno preparando.
2. Impedire
la criminalizzazione dei movimenti di liberazione del terzo mondo.
3. Impedire
nel contempo la criminalizzazione del movimento antiglobalizzazione nei paesi
del Nord del mondo
Esaminiamo in breve queste tre minacce…
Una guerra "senza limiti"
1. La guerra scatenata nell'ottobre 2001 sarà
molto lunga. Non si fermerà con un cambiamento di potere a Kaboul, ne' lo
stesso, se si arriverà ad una occupazione duratura trasformando l'Afghanistan
in un protettorato USA o internazionale.
Poco dopo l'11 settembre, il vice-ministro USA della
Difesa Wolfowitz aveva invocato che si attaccasse non solamente l'Afghanistan,
ma anche le «basi terroristiche in Iraq e
nella valle della Bekaa in Libano».[25]
Parlando parimenti di «porre fine (sic) agli Stati
che sostengono il terrorismo».La
lista di questi Stati a "termine" comprende l'Afghanistan, ma anche
l'Iraq, il Sudan, ed anche la Siria o la Corea del Nord.
In maniera più tattica, il ministro degli Affari
esteri Colin Powell ha fatto comprendere che gli Stati Uniti non conseguiranno
mai risultati, ogni volta attaccando da tutti i lati. Quindi era necessario
costruire un "fronte contro il terrorismo" il più largo possibile,
cercando di inglobarvi i paesi Arabi, la Russia, addirittura la Cina.
Powell pensava che questo fronte si sarebbe reso
impossibile da un attacco immediato contro l'Iraq ( che la maggioranza degli
Arabi sostengono). Gli Europei si sono allineati sulle posizioni di Powell.
Dunque, i paesi-bersaglio verranno aggrediti uno alla volta.
Quanto tempo durerà tutto ciò? Il vice-presidente
USA Cheney parla di una guerra «che
durerà molto di più delle nostre vite». Il capo di stato maggiore aggiunto
afferma che gli Stati Uniti non hanno pianificato mai operazioni militari di
una tale ampiezza dopo la Seconda Guerra mondiale.
In puro stile marketing, i dirigenti degli Stati
Uniti subito avevano battezzato la loro guerra col bel nome di "Giustizia
senza confini". Hanno dovuto in tutta fretta ritirare la prima parola. Ma
le due restanti sono perfettamente adeguate: in effetti noi siamo entrati in
una guerra senza confini. La guerra globale!
Ed infatti si tratta di una guerra per imporre
la mondializzazione. Nel 2000, il presidente della società francese di sistemi
d'arma Aerospatiale aveva dichiarato, sicuramente alla ricerca di commesse: «Bisognerebbe essere ciechi per non vedere i
prodromi di una guerra fredda intesa su scala planetaria. È chiaro che la
globalizzazione non è relativa solo alla sfera dell'economia.»[26]
Guerra fredda? Un eufemismo!
Le vittime - che sono in verità del Sud del
mondo - non la trovano tanto fredda. E non lo sarà sempre di più. Quando ha
scatenato i bombardamenti sull'Iraq nel 1991, Bush padre aveva solennemente
promesso che quella "ultima guerra" avrebbe permesso di inaugurare un
Nuovo Ordine mondiale di giustizia e di pace. In seguito non si hanno mai avute
così tante guerre: Bosnia, Somalia, Yugoslavia, Macedonia, Caucaso, Congo,
Colombia, Afghanistan e via così…E Bush II fa di tutto per accelerare questo
ritmo infernale.
2. Il
secondo compito del fronte internazionale per la pace, è di impedire la
criminalizzazione dei movimenti di liberazione del terzo mondo. L'Unione
Europea ha accettato le pretese di Bush : tutti i paesi alleati agli USA
dovranno compilare la lista delle organizzazioni "terroristiche" presenti
sul loro territorio, impedire qualsiasi sostegno a queste organizzazioni,
rinforzare l'apparato poliziesco e giudiziario per misure più repressive, come
la detenzione preventiva senza limiti di tempo.
Oggi, queste misure riguardano soprattutto le
organizzazioni integraliste. Ma, secondo i dettami delle priorità americane,
possiamo sicuramente affermare che prossimamente saranno sulla lista il Fronte
Popolare di Liberazione della Palestina, le FARC Colombiane, o il Nuovo
Esercito Popolare delle Filippine.
Il 13 novembre 2001, il governo Britannico ha
presentato un progetto definito "antiterroristico", che contraddice
in modo esplicito l'articolo 5 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo.
Qualsiasi persona, non solamente accusata, ma semplicemente sospettata di
attività terroristiche, potrà essere detenuta per una durata illimitata senza
processo, ne' imputazioni.
Lo stesso giorno, Bush firmava un ordine
militare che permetteva «il giudizio dei
presunti terroristi, di nazionalità straniera, emanato da una corte militare
speciale e non da tribunali civili.». Le prove accusatorie potranno
rimanere segrete, gli accusati non potranno presentare alcun ricorso e, come ha
scitto il New York Times, «i diritti della difesa saranno drasticamente
limitati.»[27]
Da un lato, gli Stati Uniti si oppongono
accanitamente alla creazione di qualsiasi tribunale internazionale che potrebbe
giudicare i loro crimini di guerra.
D'altro canto gli USA stessi si preparano a
giudicare, nell'arbitrio, quelli che osano tentare di liberare i loro popoli. E
costoro saranno chiaramente battezzati "terroristi", dopo una
campagna di demonizzazione mediatica.
3. Ma gli attentati hanno anche fornito un
pretesto ideale per criminalizzare il movimento antimondializzazione. E nel
contempo qualsiasi opposizione politica o popolare nei paesi Occidentali.
A Genova, questo non è avvenuto di certo a buon
mercato. I manganelli di Berlusconi non sono riusciti, secondo molti sondaggi
Europei, che a rendere il movimento antiglobalizzazione ben più simpatico dei
G-8 e degli organi dirigenti del capitalismo internazionale.
Al presente, le circostanze sono ben più
favorevoli. E tutto di un colpo, l'Europa vede terroristi dappertutto. Il 21
settembre 2001, il Consiglio Europeo ha deciso che tutti gli Stati mettano
immediatamente e sistematicamente le loro informazioni sul terrorismo a
disposizione dell'Europol. Questa, d'ora in poi, potrà condurre inchieste su
tutto il territorio dell'Unione e persino obbligare a questo alcuni Stati.
Avendo ricevuto il termine
"terrorismo" un significato molto largo, andremo presto a
conoscere nell'Unione Europea una
centralizzazione dell'informazione sull'opposizione politica senza precedenti.[28]
E queste informazioni, senza alcun controllo, dovranno essere trasmesse agli
Stati Uniti.
Il 30 settembre, la Commissione Europea ha
adottato una proposizione di "lotta contro il terrorismo". La sua
definizione dimostra che si va ben al di là della contingenza degli attentati
perpretati contro gli USA: «Le azioni
terroristiche minano le leggi e i regolamenti e i principi fondamentali sui
quali poggiano le tradizioni costituzionali e la democrazia degli Stati membri
dell'Unione. Esse vengono commesse contro uno o più Stati, contro le loro
istituzioni o la loro popolazione, con l'intento di intimidirli o distruggere
le strutture politiche, economiche e sociali di questi paesi.»[29]
In questo documento si parla esclusivamente di
assassinii, di rapimenti, di impiego di armi? No! Se commessi per raggiungere
uno degli obiettivi indicati in precedenza, divengono anche atti di terrorismo:
«la presa di possesso o la distruzione di proprietà dello Stato, di mezzi di
trasporto pubblico, di luoghi pubblici o il blocco di bisogni di base come
l'energia elettrica, o la messa in pericolo di persone, di beni, di animali o
dell'ambiente.». L'Unione Europea ammette, anch'essa, che la violenza di
strada con carattere politico rientra nell'ambito della sua definizione.[30]
Dunque, José Bové potrà essere etichettato come
"terrorista". Come qualunque militante sindacale, o
antiglobalizzazione in Europa, se ricorrerà ad una delle tradizionali forme di
azione di strada. Infatti, questa definizione di crimine politico allude ad un
largo ventaglio di forme di opposizioni al capitalismo.
Nello stesso modo viene ostacolata la
mobilitazione via Internet: gli «attacchi
per mezzo di sistemi informatici» costituiscono anche un delitto
terroristico, se rientrano nel concetto politico di terrorismo analizzato
prima.
Le
multinazionali Europee sono anch'esse una forza di pace?
Prima di concludere, bisogna ancora esaminare
una questione di sovente proposta nei dibattiti:
l'Europa risulta essere più saggia e meno
guerriera del cow boy USA ?
Non sarebbe il caso di sostenere un
Euro-Esercito, ma solo per fargli compiere "missioni di pace"?
Ha forse ragione Le Figaro quando scrive che
«i Quindici divergono
sensibilmente dagli Americani rispetto al loro rapporto con il resto del mondo.
(…) Washington tende a gestire il pianeta con metodi tecnico-militari, gli Europei
cercano di sviluppare un approccio globale della sicurezza, dove il militare
non è che un mezzo fra gli altri di gestire politicamente i conflitti.»[31]
?
In realtà queste due linee tattiche esistono
anche negli Stati Uniti, l'abbiamo già visto. Ma i loro obiettivi sono gli
stessi, ed è per questo che i dirigenti Europei non hanno per niente
smascherato i reali obiettivi fondamentali di Bush contro il terzo mondo.
Chris Patten, Commissario Europeo agli Affari
Esteri, mostrandosi completamente d'accordo con la strategia Powell, ha
richiesto una «leadership assoluta per
costringere la comunità internazionale ad investirsi in modo molto forte in
questo combattimento...Bisognerà
"convincere" i paesi reticenti.»[32]
.
In buona sostanza, l'Unione Europea si è allineata
dietro alla leadership USA!