ALLEGATOn° 1

 

Brani tratti da “FOIBE e FOIBE”, articolo di GIACOMO SCOTTI su ‘Il Ponte delle Lombardia”, num. 2, febbr./marzo ’97, riportato dal periodico online  ‘Storia in network (www.storiain.net), num. 30 e 31.

 

1a- sulle cause e sul contesto.

 

<<…Uno di questi esuli, il rovignese prof. Sergio Borme, attualmente a Pavia, ha scritto (Il Piccolo, Trieste, 17 settembre 1996): "...la questione delle foibe. Molti commentatori hanno ritenuto di poterla indicare nell'ideologia comunista dimenticando che il "confine sul Tagliamento" era stato l'obiettivo del nazionalismo slavo molto prima che il regime jugoslavo nascesse. Facendo proprio quell'obiettivo, i comunisti si mettevano al servizio del nazionalismo e non viceversa. (...) Alla guida della Croazia e della Slovenia troviamo oggi personaggi che erano stati le colonne portanti del regime, ma una metamorfosi così repentina e radicale sarebbe stata impossibile se l'adesione all'ideologia (dell'internazionalismo comunista) fosse stata reale e convinta". Purtroppo a rafforzare il nazionalismo anti-italiano nelle file del Movimento partigiano di liberazione e dei partiti comunisti sloveno, croato e montenegrino fu ancora una volta il fascismo mussoliniano che nella seconda guerra mondiale portò l'Italia ad aggredire i popoli jugoslavi.
Quell'aggressione tra il 6 aprile 1941 e l'inizio di settembre 1943 fu caratterizzata, come documenta lo storico triestino Teodoro Sala ("L'Espresso", Roma, 19 settembre 1996) non soltanto dalle brutali annessioni delle Bocche di Cattaro, di larghe fette della Croazia e di una parte della Slovenia, ma anche da una lunga serie di crimini di guerra compiuti da speciali reparti di occupazione, fra i quali si distinsero per ferocia le Camicie Nere.   Per ordine dello stesso Mussolini e di alcuni generali: "si giunse alle scelte più draconiane dei comandi militari italiani", Ne derivarono "rapine, uccisioni, ogni sorta di violenza perpetrata (...) a danno delle popolazioni". Decine di migliaia di civili furono deportati nei campi di concentramento disseminati dall'Albania all'Italia meridionale, centrale e settentrionale, dall'isola adriatica di Arbe (Rab) fino a Gonars e Visco nel Friuli, a Chiesanuova e Monigo nel Veneto. In quei lager italiani morirono 11.606 sloveni e croati. Nel solo lager di Arbe ne morirono 4.000 circa, fra cui moltissimi vecchi e bambini per denutrizione, stenti, maltrattamenti e malattie. (…) Nel 1942, il 4 agosto, il generale Ruggero inviò un fonogramma al Comando dell'XI Corpo in cui si parlava di "briganti comunisti passati per le armi" e "sospetti di favoreggiamento" arrestati. In una nota scritta a mano il generale Mario Robotti impose: "Chiarire bene il trattamento dei sospetti (...). Cosa dicono le norme 4C e quelle successive? Conclusione: si ammazza troppo poco!" (sottolineatura originale). Il generale Robotti alludeva alle parole d'ordine riassuntive del generale Mario Roatta, comandante della 2a Armata italiana in Slovenia e Croazia (Supersloda) il quale nel marzo del 1942 aveva diramato una Circolare 3C nella quale si legge: "Il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato dalla formula dente per dente ma bensì da quella testa per dente". Una frase che ci fa ricordare l'eccidio di Gramozna Jama in Slovenia dalla quale furono riesumati nel dopoguerra i resti di un centinaio di civili massacrati durante l'occupazione per ordine delle autorità militari italiane. Furono alcune migliaia i civili "ribelli" falciati dai plotoni di esecuzione italiani, dalla Slovenia alla "Provincia del Carnaro", dalla Dalmazia fino alle Bocche di Cattaro e Montenegro senza aver subito alcun processo, ma in seguito a semplici ordini di generali dell'esercito, di governatori o di federali e commissari fascisti. In una lettera spedita al Comando supremo dal generale Roatta in data 8 settembre 1942 (N. 08906) fu proposta la deportazione della popolazione slovena. "In questo caso, scrisse, si tratterebbe di trasferire al completo masse ragguardevoli di popolazione, di insediarle all'interno del regno e di sostituirle in posto con popolazione italiana".

Trattandosi qui dell'Istria, vogliamo accennare rapidamente almeno a pochi episodi che precedettero di pochi mesi i fatti del settembre1943. Nell'estrema parte nord-orientale dell'Istria, alle spalle di Abbazia, le autorità militari italiane intrapresero all'inizio di giugno 1942 un'azione prettamente terroristica contro le famiglie dalle quali risultava assente qualche congiunto, sicché potevano ritenere che avesse raggiunto le file dei "ribelli" (partigiani). Un comunicato del generale Lorenzo Bravarone informò che il 6 giugno erano state arrestate e deportate nei campi di internamento in Italia 34 famiglie per un totale di 131 persone di Kastav/Castua, Marcelji/Marcegli, Rubessi, San Matteo (Viskovo) e Spincici. I loro beni mobili, compreso il bestiame grosso e minuto, furono confiscati o abbandonati al saccheggio delle truppe, le loro case incendiate, dodici persone vennero passate per le armi senza alcun processo.

Ancora più terribile fu la sorte toccata agli abitanti della zona di Grobnik/Grobnico, a nord di Fiume. I maestri elementari Giovanni e Franca Renzi, mandati dal regime a "italianizzare" i bambini croati del villaggio di Podhum annesso alla Provincia del Carnaro nel 1941, erano diventati malfamati nella zona per i maltrattamenti e le punizioni inflitte a quei bambini colpevoli unicamente di non apprendere rapidamente la lingua italiana. Tra l'altro, il maestro, affetto da TBC, soleva sputare in bocca ai disgraziati alunni a lui affidati quando sbagliavano un verbo o un vocabolo. Finirono ammazzati da non si sa chi il 10 giugno 1942. A un mese di distanza, risultati vani i tentativi di individuare gli uccisori dei due insegnanti, e insoddisfatto della spedizione punitiva compiuta il 6 giugno, il prefetto di Fiume, Temistocle Testa, ordinò una rappresaglia sanguinosa: reparti di camicie nere nei quali furono mobilitati per l'occasione anche numerosi giovani fascisti italiani di Fiume, insieme a reparti delle truppe regolari; irruppero nel villaggio di Podhum all'alba del 13 luglio. Rastrellata l'intera popolazione, questa fu condotta in una cava di pietra presso il campo di aviazione di Grobnico, mentre il villaggio veniva saccheggiato e poi incendiato. Il fuoco distrusse alcune centinaia di case, oltre mille capi di bestiame furono portati via, 889 persone finirono nei campi di internamento italiani: 412 bambini, 269 donne e 208 maschi anziani. Altri 91 uomini furono fucilati nella cava: il più anziano aveva 64 anni, il più giovane 13 anni appena. Sempre nella zona di Fiume, il 3 maggio 1943, per ordine del solito Testa, reparti di Camicie Nere e di fanteria rastrellarono il villaggio di Kukuljani e alcune sue frazioni, portarono via tutto il bestiame, saccheggiarono le case, deportarono la popolazione e quindi appiccarono il fuoco alle abitazioni, alle stalle e agli altri edifici "covi di ribelli", distruggendo completamente 80 case a Kukuljani e 54 a Zoretici. Nei campi di internamento finirono 273 abitanti di Kukuljani e 200 di Zoretici.

Alla luce di questi fatti, dunque, vanno visti gli avvenimenti del settembre 1943 in Istria.

Alla notizia della capitolazione militare italiana, diffusasi anche in Istria nel tardo pomeriggio dell'8 settembre, in quella penisola ci fu una generale, pressoché spontanea rivolta popolare che coinvolse in eguale misura le popolazioni italiane nei centri costieri e quelle croate e slovene nell'interno (…) Nel giro di pochi giorni, entro l'11 settembre, le armi dell'esercito e dei carabinieri passarono agli insorti. Senza colpo ferire cedettero le armi i presidi, piccoli e grandi, di Antignana, Lanischie, Pisino, Cerreto, Castel Lupogliano, Rozzo, Pinguente, Canfanaro, Rovigno, Carnizza, Altura, Arsia, Parenzo e via via di altri centri presidiati da reparti di Alpini, di Fanteria costiera, di Carabinieri e Guardia di Finanza. Molti soldati si unirono agli insorti. Sembrava un trionfo, ma non era così. La svolta si ebbe il 13 settembre. Quel giorno si capì definitivamente che su tutto incombeva la grave minaccia tedesca. Così in piena autonomia, spontaneamente, gli improvvisati capi del movimento insurrezionale di Parenzo, Rovigno ed Albona, tutti italiani, decisero di opporsi con le armi all'avanzata dei Tedeschi (…)

 I primi conflitti a fuoco nella penisola istriana avvennero quello stesso giorno contro due colonne tedesche: una scendeva da Trieste verso Parenzo e Rovigno lungo la costa occidentale con l'intento di raggiungere Pola (dove riuscì infatti ad arrivare); un'altra, partita da Pola, cercava di salire lungo la costa orientale.
I primi caduti, purtroppo numerosi, fra gli insorti furono italiani e croati, massacrati nei pressi di Tizzano, a nord di Parenzo, poi presso il Canale di Leme a nord di Rovigno e infine sulla strada che da Dignano porta a Pola. Gli scontri con la seconda colonna, che invece fu respinta, si ebbero sulla strada tra Arsia e Piedalbona ed a Berdo presso Vines sempre nell'Albonese. Si trattava di distaccamenti della 71ma Divisione germanica, circa 300 uomini. Presso Tizzano i caduti fra gli insorti furono ben 84, dei quali pochi uccisi in battaglia, tutti gli altri trucidati dopo la cattura. Fra i massacrati ci furono alcuni soldati "regnicoli", tutti gli altri erano giovani croati e italiani del Parentino. Tutti italiani furono invece i 16 caduti rovignesi che tentarono di fermare la colonna dapprima sul Leme e poi nei pressi di Dignano. In gran parte italiani, infine, furono i 43 caduti nelle file degli insorti che, al comando di Aldo Negri, si opposero alla colonna tedesca presso Arsia e Vines nella zona di Albona. Nonostante queste perdite, l'Istria intera ad eccezione di Pola, Dignano, Fasana e isole di Brioni occupate dai tedeschi il 13 settembre grazie al cedimento dei comandi militari italiani, cadde sotto il controllo degli insorti che entro il 14 settembre costituirono ovunque i Comitati popolari di liberazione (CPL), quali organi amministrativi della Resistenza in sostituzione dei Podestà e dei Commissari governativi italiani.

In concomitanza con l'insurrezione, ma soprattutto dopo gli scontri del 13 settembre, cominciarono gli arresti dei gerarchi fascisti, di podestà e di altri funzionari ma anche di semplici iscritti al fascio da parte degli insorti sia per iniziativa di singoli che per ordine dei vari CPL. Fra gli arrestati - e gli arresti avvennero anche su denuncia di persone convertitesi all'ultima ora alla causa del Movimento di Liberazione - vi furono persone indicate come responsabili di collaborazionismo con l'occupatore tedesco per aver guidato, o in altro modo aiutato, le due colonne germaniche nella loro marcia e nel corso degli scontri. I primi e più massicci arresti avvennero nelle zone di Rovigno e di Albona dove il comando del movimento insurrezionale e partigiano fu assunto da comunisti affiliati al PC italiano, a Parenzo e dintorni e nel Pisinese. La maggioranza degli arrestati era formata da quei gerarchi fascisti locali che si erano meritati l'odio delle popolazioni vittime delle loro persecuzioni e vessazioni pluriennali. Nel mucchio capitarono però anche "fascisti" che non avevano colpe da espiare o con i quali i delatori avevano antichi conti personali da regolare. I vendicatori, ovviamente, si servirono pretestuosamente degli slogan e dei simboli della Resistenza e del comunismo. Gli arresti, preludio degli efferati anche se non progettati infoibamenti, avvennero quasi tutti fra il 13 e il 25 settembre.>>

 

1b- Ricostruzioni dei fatti e propaganda; la ‘ guerra delle cifre’.[1]

 

A questo punto l’autore presenta (con minuziosa precisione sulle fonti) un eccezionale documento, non sospettabile di ‘filocomunismo’, trattandosi di un rapporto segreto scritto nel gennaio1944 per i servizi di informazione del Ministero degli Esteri dello Stato croato (cioè per il governo ustascia di Ante Pavelić), che ricostruisce puntualmente i fatti accaduti in Istria nel settembre-ottobre 1943. In esso si legge, fra l’altro:

<< "Il popolo considerava la rivolta popolare solamente dal punto di vista nazionale croato" (questo è ovviamente ‘il punto di vista’ di chi scrive: vuol dire che i comunisti non avevano l’egemonia N.d.r.) "All'inizio a nessun Italiano è stato fatto nulla di male. I partigiani avevano diramato l'ordine che non doveva essere fatto del male a nessuno. Ma qualche giorno dopo” si diffusero le notizie che i fascisti di Albona, Canfanaro, Parenzo ecc. avevano chiamato in loro aiuto le colonne tedesche e queste avevano aperto il fuoco contro i partigiani. “Tutte queste voci hanno creato una grande avversione verso i fascisti…” Nonostante ciò “I partigiani decisero di fucilarne soltanto alcuni, i peggiori, ma anche molti fra questi sono stati salvati grazie all'intervento dei contadini croati e ancor più dei sacerdoti…" La sorte degli altri, imprigionati principalmente ad Albona, Pinguente e Pisino, fu decisa solo quando, di fronte all’avanzare dei reparti germanici, “i partigiani vennero a trovarsi nell'impaccio, non sapendo dove trasferire i prigionieri… Ne hanno uccisi circa 200 gettandone i corpi nelle foibe. Tuttavia molti altri fascisti sono riusciti a scappare raggiungendo Pola e Trieste, rivolgendosi ai Tedeschi per aiuto.”

La cifra riferita dallo Zic (continua Giacomo Scotti) è largamente incompleta. Stando a una dichiarazione rilasciata alla fine di gennaio 1944 dal segretario del Partito fascista repubblicano e pubblicata dalla stampa della RSI dell'epoca, in Istria finirono infoibate dagli insorti 349 persone, in gran parte fascisti. Ora è vero che l'alto gerarca ci teneva ad arricchire il martirologio dei "combattenti per la causa" del fascio littorio, ma gli va pur riconosciuto il merito di non aver esagerato come fanno certi "storici" odierni simpatizzanti di quel regime: quella era la cifra che all'epoca si dava per accettabile.>>

Oltre ad altre numerose e dettagliate testimonianze dirette, anche fortemente drammatiche, nella sua ricostruzione storica G. Scotti cita anche il ‘rapporto Harzarich’. Fra il 21 ottobre ’43 e il gennaio ’44 “I servizi della X Mas assieme a quelli nazisti organizzarono la riesumazione propagandistica degli uccisi, con ampio uso di foto raccapriccianti dei cadaveri semidecomposti e dei riconoscimenti da parte dei parenti”[2] (Paolo Parovel, Analisi  sulla questione delle foibe, inviata al Ministero degli Interni, settembre 1989)[3]. Tutto ciò <<anche per giustificare i massacri delle SS nella penisola e per sviare l’attenzione da quei sanguinosi rastrellamenti. Il maresciallo dei Vigili del Fuoco di Pola Arnoldo Hazarich diresse le operazioni di recupero. (Egli fornì la sua testimonianza ai servizi alleati nel luglio del ’45) Il rapporto menziona pressoché tutte le foibe esplorate da Vines, Terli, Castellier, Gimino, Surani, Cregli, Carnizza alle altre. Alcune risultarono vuote, in altri casi furono trovati i resti mortali di persone scomparse o arrestate dagli insorti nel settembre-ottobre 1943 ma anche carcasse di animali. Complessivamente furono estratte 203 salme, delle quali 121 identificate. Sempre secondo quel documento, tuttavia, le vittime istriane della rivolta popolare erano da calcolare a "non meno di 460 e non più di 500" (dovendosi aggiungere ) le persone date come disperse nelle varie località istriane, i 19 civili fucilati e gettati in mare nei pressi di Santa Marina di Albona e un numero approssimativo di corpi che non avevano potuto essere recuperati dalle cavità carsiche più profonde…

Negli anni, soprattutto nei periodi di crisi e di aspre polemiche nei rapporti italo-jugoslavi, è accaduto che, mentre da parte jugoslava veniva calata una pesante pietra tombale sulle foibe e l’argomento diveniva tabù, la destra italiana rispolverava gli antichi slogan dell’irredentismo e del fascismo contro gli "slavo-bolscevichi" istriani e riscriveva pari pari quanto la stampa fascista istriana scrisse nel 1943-1944 in occasione dell’esumazione delle salme dalle foibe e quanto i nuovi gerarchi posti dai tedeschi alla testa dei municipi scrissero nei manifesti annuncianti la commemorazione degli istriani "trucidati nel breve, infausto periodo dell’anarchia anti-italiana". Via via andarono gonfiandosi il lievito delle cifre e inasprendosi le accuse; le esagerazioni, condite anche di menzogne, furono il pane quotidiano delle polemiche. Ai giorni nostri si sono toccati livelli incredibili.
Così oggi, fonti della sinistra concedono che "furono circa 2.100 le persone (militari e civili) eliminate, la maggior parte senza un processo regolare", comprendendo nella cifra sia le vittime del settembre-ottobre ‘43 in Istria sia quelle del maggio-giugno 1945 a Trieste e Gorizia, mentre la parte politica opposta è arrivata alla cifra "esatta" di 16.500! È quella che si legge nell’"Albo d’oro dei caduti della Venezia Giulia e Dalmazia" nella seconda guerra mondiale, curata da Luigi Papo de Montona, presentata il 28 agosto 1996 nella sede dell’Unione degli Istriani a Trieste. La cifra dei sedicimila e passa si riferirebbe alle "vittime militari e civili, della repressione slavo-comunista tra l’8 settembre ‘43 e il dopoguerra". Il dato, come ammette lo stesso curatore è basato in buona parte su " stime approssimative e non sui cadaveri rinvenuti". Le salme esumate in Istria, Venezia Giulia e Dalmazia nell’intero periodo indicato furono 994. Il Papo vi ha aggiunto "altre 326 vittime accertate, 5.643 vittime presunte e 3.174 vittime nei campi di concentramento". La somma di 10.317 ottenuta viene ancora "arrotondata" con l’aggiunta di altri 6.363 dispersi! E questi, a differenza dei dispersi che si hanno in tutte le guerre, in Istria e Venezia Giulia diventano ipso facto vittime delle foibe secondo il curatore di quell’Albo che scrive: "Ma sono ben 37 le foibe, le fosse e le cave di bauxite per le quali non è stato possibile alcun accertamento", quindi si dà per scontato che "anche lì furono compiuti altri massacri" sicché "non possiamo che confermare che le vittime militari e civili per mano slavo-comunista furono non meno di 16.000".

1c- Alcune delle osservazioni conclusive.


<<Dai documenti e testimonianze finora raccolti risulta: tra i giustiziati nell’insurrezione istriana ci furono anche non pochi innocenti, vittime di odi, rancori e vendette personali, ma nella loro maggioranza gli arrestati, sommariamente processati, giustiziati e gettati nelle foibe, lo furono non perché fossero italiani (alcuni certamente anche per questo semplice fatto) ma per aver commesso violenze e soprusi durante il ventennio – chi semina vento raccoglie tempesta – o per essersi macchiati di collaborazionismo e di spionaggio a favore degli invasori tedeschi all’inizio dell’insurrezione; fra i giustiziati vi furono numerosi croati; fra i "giustizieri" di italiani, fascisti e no, vi furono anche degli italiani.
I documenti e le testimonianze dimostrano ancora, senza ombra di dubbio, che i massimi organismi del movimento partigiano croato, a cominciare dallo Zavnoh, e gli stessi capi dell’insurrezione istriana sin dall’inizio diedero chiare direttive sul comportamento da tenere in Istria verso gli Italiani: evitare persecuzioni, non fargli alcun male. Poi, tra il dire e il fare... ci si misero i delinquenti infiltrati. Altrettanto abbondantemente dimostrato è il fatto che le pubblicazioni sulle foibe e gli elenchi dei cosiddetti infoibati e giustiziati di provenienza nazionalistica e neo e/o post-fascista italiana contengono inesattezze, esagerazioni e perfino falsificazioni; in altre parole, evidenziano la strumentalizzazione di cui è stato e continua ad essere oggetto oggi quel drammatico periodo della storia istriana. La strumentalizzazione, favorita dal lungo silenzio dell’altra parte, ha inevitabilmente fatto delle foibe il monumento alla divisione, al razzismo, all’intolleranza. I documenti e le testimonianze, esibiti dalla parte croata negli ultimissimi anni, anche se parziali, dimostrano d’altra parte che il problema delle foibe non è una mostruosa montatura dei fascisti, ma una reale, dolorosissima ferita ancora aperta (sulla quale i fascisti hanno speculato e speculano), un problema che merita la massima attenzione, studio, giudizi equilibrati, anche se non si possono mettere sullo stesso piano coloro che per decenni praticarono la violenza e infine la scatenarono, e quanti a quella violenza reagirono, talvolta con ferocia , nel momento storico della svolta…
Va pure detto, infine, che – considerate nel contesto globale delle tragedie legate alla seconda guerra mondiale - le foibe istriane "hanno un peso marginale", a dirla con le parole dello storico triestino Giovanni Miccoli in una conferenza tenuta il 24 settembre 1996 a Opicina. Certo, valutato nel ristretto ambito dell’area istro-giuliana il fenomeno diventa una tragedia di ben altra portata. Tuttavia condivido il parere di Miccoli:
"E' necessario ridimensionare questo terribile capitolo storico" sul quale si è fatta "tantissima confusione". Una confusione favorita da quel silenzio mantenuto per oltre mezzo secolo dalle autorità dell’ex Jugoslavia e dalla chiusura pressoché totale degli archivi dei servizi segreti che operarono durante la guerra. Appena in questi ultimissimi anni anche nelle repubbliche di Slovenia e Croazia hanno cominciato a tirare fuori gli scheletri dagli armadi. Presso l’Istituto per la storia croata (Institut za hrvatsku povijest) di Zagabria è in corso di realizzazione da circa un anno un progetto di ricerche dal titolo "Vittime della seconda guerra mondiale". Le ricerche, il cui coordinamento è stato affidato allo storico Mihael Sobolevski di Fiume, riguarda le vittime del nazifascismo e del comunismo, comprese le vittime istriane delle foibe.>>

N.B.: Ringraziamo i curatori della rubrica online ‘Storia in Network’ (in Lombardia c’è ancora qualche intellettuale onesto e coraggioso!). Raccomandiamo in ogni caso ai lettori più attenti (e ai documentaristi ‘distratti’) la lettura integrale di questo lavoro di G. Scotti, a nostro avviso esemplare per precisione documentaria ed onestà di approccio storico, e pertanto risolutivo sulla questione, almeno per quanto riguarda le menzogne e la propaganda ancora sparse da un intero esercito di agenti di regime.


 

ALLEGATOn° 2

 

Gianni Oliva, Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell'Istria, Mondadori, Milano 2002


 

 

 


2a- Dal sito dell’ISRAL (Istituto per la storia della Resistenza di Alessandria): scheda di presentazione del libro

 

<<Subito dopo la fine della guerra, tra il maggio e il giugno 1945, migliaia di italiani della Venezia Giulia, dell'Istria e della Dalmazia vengono uccisi dall'esercito jugoslavo del maresciallo Tito: molti di loro sono gettati nelle "foibe", che si trasformano in grandi fosse comuni, molti altri deportati nei campi della Slovenia e della Croazia, dove muoiono di stenti e di malattie. Le stragi si inquadrano in una strategia politica mirata, diretta a colpire non gli italiani in quanto tali, ma tutti coloro che si oppongono all'annessione delle terre contese alla "nuova" Jugoslavia: cadono collaborazionisti e militi della repubblica di Salò, ma anche membri dei comitati di liberazione nazionale, partigiani combattenti, comunisti contrari alle cessioni territoriali e, ancora, cittadini comuni, travolti dal clima torbido di quelle settimane.

Per oltre mezzo secolo, su questi eccidi - e sul successivo esodo forzato di oltre duecentomila compatrioti giuliani, dalmati e istriani - è gravato un pesante silenzio. Quali furono le ragioni di queste "stragi negate"? Innanzitutto, le attenzioni dell'Occidente per Tito dopo la sua rottura con Stalin nel 1948, poi la preoccupazione del nostro governo per i risultati della conferenza di pace, la volontà di proteggere i presunti criminali di guerra italiani (di cui la Jugoslavia chiede l'estradizione), le contraddizioni della politica estera togliattiana, stretta fra interessi nazionali e dimensione internazionalista. Se nella Venezia Giulia le ferite sono rimaste aperte alimentando una "memoria divisa" che spesso ha strumentalmente contrapposto vittime delle "foibe" e vittime di quel vero e proprio lager in cui fu trasformata la Risiera di San Sabba -, nel resto del Paese non si è mai pensato di affrontare il problema con la ferma volontà di fare chiarezza.

Attingendo a una puntuale documentazione d'archivio e bibliografica, Gianni Oliva ricostruisce le tragiche vicende di quei giorni in tutte le loro articolazioni politiche, militari e diplomatiche, dai progetti di Tito alle divisioni della Resistenza italiana del Nord-Est,

dai fatti di Porzus alla "corsa per Trieste".

Gianni Oliva vive e lavora a Torino, dove è nato nel 1952. Studioso del Novecento, da anni si occupa degli argomenti meno indagati della storia nazionale recente. Da Moridadori ha pubblicato: I vinti e i liberati. 8 settembre 1943-25 aprile 1945 (1994), 1 Savoia (1998), La resa dei conti (1999), Umberto II (2000) e la nuova edizione di Storia degli alpini (2001) e Storia dei carabinieri (2002).>>

 

 

2b- Mario Baudino su ‘La Stampa’, maggio 2002: “Le foibe, tragedia senza più misteri”.

 

<<…I partigiani jugoslavi erano dilagati in Venezia Giulia nel settembre'43 (con l'eccezione di Pola, Fiume, Trieste), per essere poi ricacciati dai tedeschi nell'ottobre nello stesso anno. Ma subito erano cominciate le esecuzioni sommarie (destinate a ripetersi in misura assai maggiore nel '45) in base all'equazione italiani-fascisti-nemici del popolo, con le vittime annegate in mare o gettate nelle profonde cavità carsiche che portano il nome di foibe.

Fu una tragedia spaventosa, e per di più occultata. Gianni Oliva ce la racconta in un bel libro dedicato alle «stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell'Istria», dove documenta minuziosamente, non solo i fatti storici - che agli specialisti sono noti - ma anche le deformazioni e i silenzi, oltre alle ragioni dei silenzi, che ne derivarono. La strage, in un'ottica di pulizia etnica, di diecimila italiani, e l'esodo in massa delle popolazioni istriane, furono nel dopoguerra un ricordo scomodo per tutte le parti del gioco politico interno e internazionale.>>

 

 

2c- Da  “L’Arena”, quotidiano veronese, di venerdì 17 Maggio 2002

“Foibe, un dramma a lungo dimenticato. Intervista allo storico Gianni Oliva, che ha ricostruito la tragedia di 60 anni fa” (senza firma)

 

<<Sarebbero più di diecimila, secondo le stime ufficiali, le vittime delle foibe, le profonde doline carsiche nelle quali alla fine della seconda guerra mondiale furono gettati i cadaveri di migliaia di cittadini italiani, eliminati per motivi politici dall'esercito di liberazione jugoslavo del maresciallo Tito. Una cifra che certamente è arrotondata per difetto, se si considera che in molti casi non è stato possibile recuperare i resti umani da quegli stretti inghiottitoi scavati dall'acqua. A sessant'anni di distanza, il saggio dello storico torinese Gianni Oliva - Foibe (Mondadori, 206 pagine, 16 euro) - tenta di squarciare finalmente il velo di silenzio che le ragioni della politica hanno disteso su quella tragedia immane che devastò la Venezia Giulia e l'Istria. - Professor Oliva, a cosa è dovuto il lungo e vergognoso silenzio che ha circondato la vicenda delle foibe ?
"Sono tre le ragioni di questo silenzio. La prima è che nel 1948, quando Tito ruppe i rapporti con Stalin provocando una profonda incrinatura nel blocco comunista, il maresciallo jugoslavo divenne un interlocutore strategico, fondamentale, per l'Occidente. E non era certo il caso di porgli delle domande imbarazzanti come quelle che riguardavano gli infoibati. A pesare su quella drammatica vicenda, inoltre, c'era la preoccupazione del governo De Gasperi : parlare degli infoibati voleva dire parlare anche degli oltre duecentomila dalmati, istriani e giuliani, profughi dalla Jugoslavia, che costituivano la testimonianza diretta della sconfitta subita dall'Italia nelle trattative di pace."
- E la terza ragione ?
"Un contributo all'insabbiamento della tragedia delle foibe lo diede anche l'interesse del Partito Comunista di Togliatti a non intervenire su una questione che avrebbe messo in luce le contraddizioni della sua politica, oscillante tra la vocazione internazionalista seguita durante la guerra e il carattere nazionalistico che la contraddistinguerà in seguito. Nell'autunno del 1944 Togliatti scrisse al suo uomo della Venezia Giulia, Vincenzo Bianco, che quanto più territorio fosse stato annesso alla Jugoslavia, tanto più territorio sarebbe stato libero : là, infatti, sarebbe stato applicato il socialismo reale, mentre chi rimaneva al di qua del confine avrebbe conosciuto la restaurazione conservatrice degli angloamericani."
- Leggendo il suo libro, si intravede anche una quarta ragione?
"Sì. Nel mio saggio accenno a un quarto motivo, legato alla questione dei criminali di guerra italiani. Subito dopo il 1945 diversi Paesi, e in particolare la Jugoslavia, con l'assenso delle Nazioni Unite, chiesero l'estradizione di circa settecento ufficiali e soldati italiani accusati di crimini di guerra compiuti tra il 1941 e il '43 in territorio balcanico. Il governo, per evitare l'estradizione, ricorse a una sorta di tacito patto: in sostanza, non protestò più di tanto per gli infoibati per non essere costretto a consegnare i presunti criminali di guerra italiani. Ragioni di Stato poco nobili, quasi un baratto."
- Dal suo racconto Togliatti emerge come un politico cinico : era davvero così ?
"Togliatti fu un abile uomo politico, a cui si deve riconoscere il merito di aver trasformato un partito di avanguardisti rivoluzionari e leninisti in un partito di massa e di averlo messo, a partire dalla fine della guerra, sulla strada della democrazia. Nella biografia di Togliatti, però, ci sono alcune pagine oscure, dettate dalla tendenza, propria di tutta la dirigenza comunista del tempo, di passare sopra alle più orribili stragi in nome di una ragione politica primaria : il trionfo del proletariato."
- Con la sistematica nazionalizzazione della società slovena e croata operata durante il Ventennio, secondo lei, il fascismo predispose le stragi e le mire espansionistiche di Tito ?
"La politica fascista mirante a nazionalizzare sloveni e croati pose le premesse per le reazioni popolari che accompagnarono gli ultimi due anni di guerra. L'eliminazione di ogni scritta in croato e sloveno, la rimozione dei maestri, l'imposizione ai sacerdoti di usare solo l'italiano nelle celebrazioni eucaristiche rafforzarono certamente l'attaccamento di quelle popolazioni alla loro identità minacciata e alimentarono l'odio per l'Italia, che i contadini sloveni e croati identificavano in toto col regime fascista."
- Questo tentativo del regime di soffocare le radici culturali della popolazione jugoslava portò ai risultati sperati?
"Rivendicare l'italianità dell'Istria e della Dalmazia faceva parte di un programma nazionalista che fu uno dei cavalli di battaglia del fascismo, soprattutto in chiave di propaganda interna. Ma in alcuni documenti della fine degli anni Trenta gli stessi dirigenti del regime riconoscono non riuscito il processo d'italianizzazione, se non in qualche aspetto formale. Il fascismo aveva immaginato una sorta di "pulizia etnica", nel senso di un allontanamento di tutti gli sloveni e croati dal territorio istriano. Un progetto che riuscì solo a creare uno stato d'animo ostile verso tutto ciò che era Italia e che, nel settembre del 1943, quando si sciolse l'esercito italiano, provocò un primo fenomeno delle foibe, all'inizio più una violenza spontanea, popolare e contadina che non un'eliminazione programmata come sarà il massacro del '45, espressione di una volontà politica precisa di Tito e Edvard Kardelj e della dirigenza jugoslava in genere."
- Chi è veramente responsabile delle foibe ?
"Sulle foibe sono stati commessi molti errori di strumentalizzazione politica. Da sinistra si è spesso cercato di spiegarle come una reazione "naturale" della popolazione slovena e croata oppressa dal fascismo per vent'anni. Dal canto suo, la destra ha incolpato la sinistra di non aver voluto parlare delle foibe perché incriminava gli italiani che credevano nell'idea di nazione. In realtà le foibe sono un problema di confine. Nascono dal nazionalismo jugoslavo e dalla volontà dell'esercito di Tito di annettere la Dalmazia, l'Istria, Trieste e il Goriziano per avere il controllo del porto di Trieste, di grande importanza strategica ed economica. Ma per vedersi riconosciuta l'annessione di quelle terre nelle trattative di pace, Tito aveva bisogno che nessuno vi si opponesse. Così furono cacciati non solo gli italiani, ma tutti coloro che avrebbero potuto fomentare un'opposizione all'annessione. E nelle foibe e nei campi di concentramento furono seppelliti fascisti, ebrei, collaborazionisti, membri del Comitato di Liberazione Nazionale della Venezia Giulia, comunisti italiani dissidenti sul tema della nazione. Se consideriamo i fatti da questo punto di vista, ci rendiamo conto che le foibe sono un capitolo importante della nostra storia, un patrimonio della memoria nazionale, e che quei morti non sono né di destra né di sinistra, ma appartengono all'intera storia repubblicana.>>

 

ALLEGATO3

ALTRI FLASH sulla presenza fascista a Trieste e Ven. Giulia prima del 41

 

Il fascio di Trieste, costituito il 3 aprile del 1919, fu il primo in Italia dopo la fondazione a Milano (il 23 marzo). La federazione fascista di Trieste nella primavera del 1921 diventa la maggiore di tutta Italia, con quasi quindicimila iscritti.

"Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava - commenterà Mussolini nel settembre 1920 durante un suo "tour" in Friuli e Venezia Giulia - non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell'Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani".

Alle porte degli anni trenta qualsiasi presenza slava - che il regime definisce, con termine spersonalizzante, "allogena" - scompare. Tutto passa sotto l'occhio revisionista e "normalizzatore" del nazionalismo italiano: tra il 1928 e il 1930 vengono sciolte tutte le cooperative di acquisto e vendita e le casse rurali; gli agricoltori sloveni e croati devono mettere all'asta le proprietà, arraffate da speculatori senza scrupoli. Il regime rende "scientifica" questa operazione istituendo l'Ente per la rinascita agraria delle Tre Venezie, che rileva le terre messe all'asta degli "allogeni" e le assegna ai coloni italiani. Eppure, la presenza slava nella regione resterà mediamente alta: molti agricoltori preferiranno passare da proprietari a dipendenti dei nuovi padroni italiani, piuttosto che abbandonare la terra.
 (tratto da FERRUCCIO GATTUSO, ‘Storia in network’ num. 37, artic. 5)



[1] Più che sul periodo istriano del ’43, la battaglia si è scatenata – ed è tuttora in corso -  intorno a quel che successe nella zona di Trieste e Gorizia nei 40 giorni di ‘occupazione jugoslava’ nell’aprile/maggio ’45. A parte i ‘casi limite’ come Papo, Pirina, e gli altri ‘ex’ camerati, i dati dei ricercatori più noti (M. Pacor, E. Maserati,  R. Spazzali fra gli italiani) non sono però distanti fra loro e con quelli riportati da Scotti, se si tiene conto dei diversi riferimenti temporali e geografici, e soprattutto che chi riporta questi dati spesso aggiunge alle esecuzioni sommarie ‘sul posto’, accertate o presunte, per le quali  è appropriato parlare di  ‘vittime delle foibe’, con quanti morirono in seguito a deportazioni e internamenti, o che risultano dispersi in azioni di guerra. Inoltre, deve essere chiaro che qui non sono in discussione le cause specifiche che spinsero nel dopoguerra 2 o 300.000 italiani a lasciare le città dell’Istria – la famosa ‘zona B’ - e di altre zone per cercare rifugio e ‘protezione’ in Italia. Possiamo solo ipotizzare che a ciò non fosse estranea la propaganda ‘terrorizzante’ sulle foibe, che sia i politici di Belgrado sia quelli di Roma, pur con motivazioni e interpretazioni opposte, non avevano alcun interesse a contrastare.

 

[2] C. Cernigoi  nel 1997 scrive: “Le foto sono le stesse che vengono pubblicate in ogni occasione in cui si parla di foibe, indipendentemente dalla zona o dal periodo storico di cui si parla, amplificando in questo modo anche il numero reale dei morti.”

[3] Il documento di P. Parovel continua così:  “Le prime pubblicazioni organiche di propaganda sulle foibe sono due: “Ecco il conto!” edita dal comando tedesco già nel 1943, ed “Elenco degli Italiani Istriani trucidati dagli slavo-comunisti durante il periodo del predominio partigiano in Istria. Settembre-ottobre 1943”, redatto per incarico del comandante Junio Valerio Borghese, capo della X Mas, e dell’on. Luigi Bilucaglia, Federale dei Fasci Repubblicani dell’Istria da Maria Pasquinelli, con l’ausilio di Luigi Papo ed altri ufficiali dei servizi della X Mas”.